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4月17日 10 anni fa usciva "THE MORE THINGS CHANGE" dei MACHINE HEADI machine head rappresentano insieme ad altre band come pantera, fear factory, korn e slipknot, quella sfera di artisti che ha tentato di emanciparsi dagli stereotipi del trash metal degli anni ottanta pur attingendovi a piene mani; non c’è più solo l’ostinata ricerca della velocità e del virtuosismo chitarristico, che in questo disco si palesa ad esempio in Struck a nerve o Baby of pigs, semmai ora l’obiettivo è mischiare le carte in tavola, l’obbiettivo è rinnovarsi, attingere da più fonti, ricercare più la qualità del suono che i watt. Quali sono queste fonti alternative? Alcuni punteranno all’hip hop o il rap, altri all’elettronica, nel caso dei Machine head la virata è verso l’hardcore, il black metal; malgrado la qualità innegabile di tutti i componenti della band, la loro scelta sembra meno forte, sembra che solo a tratti vogliano scrivere la storia del rock, rimanendo sempre in bilico tra tradizione e innovazione. È per questo motivo, che secondo il mio modestissimo parere, questo disco, secondo della loro carriera, rimane un incompiuto, che fa trapelare tanta qualità ma che sinceramente non emoziona all’ascolto.
A distanza di dieci anni, si ha la sensazione di sentire un disco vecchio, come se la strada d’innovazione intrapresa dal quartetto americano abbia portato ad un vicolo cieco; è difficile da spiegare, sembra che ciò che una decade fa sembrava essere la novità, oggi sembra più legato agli 80 che al 2000. Ma allora dove dobbiamo andare a parare per salvare questo disco? Se Chaos a.d. dei Sepultura e Aenima dei Tool, rimangono dei vertici inarrivabili, a questa band va dato atto che se probabilmente, stilisticamente sono qualche passo indietro, da un punto di vista della resa sonora siamo a dei livelli di sofisticatezza elevatissimi: la linea basso batteria entra nello stomaco e lo sconquassa, interessanti ed avvincenti alcune ritmiche che si staccano dai canoni trash rullante-cassa, vedi Take my scars o Spine. Il brano di apertura Ten ton hammer invece mette in evidenza i germogli della novità stilistica del cantato: quell’alternanza di strilla e melodia che tanto piace agli amanti del crossover moderno; semaforo rosso invece al chitarrista Logan Mader che con i suoi assoli alla Dave Moustaine è il principale imputato per quella mancanza di freschezza che si nota nell’ascoltare il disco. Il disco è consigliabile a chi ama quelle strutture claustrofobiche, alienanti e tecnologico-meccaniche del metal e considerando gli Iron Maiden troppo epici preferisce gli Slayer.
VOTO : 6.5\10 4月11日 test sul sesciooooo
4月5日 10 anni fa usciva "dig your own hole" dei CHEMICAL BROTHERSSintesi psichedelica del XX secolo, caposaldo della scena musicale elettronica inglese, tra i primi ad intuire gli sviluppi sintetici della musica rock, ed importare impulsi wave nelle discoteche di tutto il mondo. Nel calderone dei fratelli chimici convergono house, techno, hip hop ed un sfacciato ammiccamento a quei trip allucinogeni dei primi anni settanta che tanto li contraddistingue; molte le collaborazioni, si va dal clarinetto di J. Donahue dei Mercuri rev in The private psychedelic reel, alle atmosfere rockeggianti di Where do i begin con la voce di Beth orton fino alla performance di Noel Gallagher in Setting sun. “Papaveri” indiani influenzano la celeberrima Setting sun, mentre con It doesn’t matter ci caliamo nei meandri più oscuri della techno di matrice americana anticipando di qualche anno la super hit Hey boy hey girl: il rave è iniziato e stranamente è una canzone dal titolo Don’t stop the rock a ricordarcelo. Sentire questo disco ad un volume non sostenuto riduce di un 50% il suo fascino, basato su istintività, tribalismo sonico e istigazione al ballo sfrenato. La sensazione malgrado tutto, è che questi due ragazzi di Manchester non si siano incontrati solo per far ballare milioni di persone, ma il loro progetto sia di più ampio raggio; la ricerca di sonorità mai banali, che comunque facciano riferimento a diverse culture fornisce loro uno spessore che va al di la della scena dance,troppo spesso bollata dai puristi o presunti tali della musica. Sono convinto che artisti del passato come Beatles o Hendrix non esiterebbero a dar luogo a collaborazioni con questi due furbacchioni, non a caso protagonisti a cavallo tra 60 e 70 di viaggi a base di lsd e altre sostanze chimiche allucinogene! Non ci si può congedare da questo disco senza celebrare l’hip hop industriale di Block rockin’ beats, vero cavallo di battaglia di una band che a distanza di 10 anni sa ancora entusiasmare senza cadere in facili cali di tensione. VOTO 7,5\10 |
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