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ccomix's world.....la mia storia del rock.......... ascoltate la mia musica preferita aggiornata tutti i giorni
25 gennaio cambio indirizzomi trasferisco definitivamente a questo nuovo indirizzo:
ci vediamo di la. grazie a tutti cco
13 dicembre commento al commentoda qualche tempo leggo un blog scritto da una ragazza, non so come si chiama, non so dove abiti, ne che cosa faccia nella vita, forse neanche mi interessa: mi piace il suo modo di scrivere e soprattutto parla spesso di musica (merce rara direi..). ora leggete il commento ad un suo post che qui sotto vi incollo: "Ti lascio un abbraccio ed un pensiero. A volte la vita ci chiede di credere in lei anche se non la capiamo, anche se non vogliamo accettarla, ma anche questi momenti sono parte di lei. Il tuo lottatore così piccino, ma al tempo stesso così grande ti ha schiuso una porta su un mistero immenso e l'ha attraversata, come a dirti di non avere paura, conservalo nel cuore perchè finchè vivrà dentro di te non lo perderai mai. Un abbraccio ed anche una lacrima". secondo voi cosa potrebbe accadere a questa ragazza nei prossimi giorni? la risposta è che potrebbe essere lasciata per sempre dal suo amato coniglietto. io sono un amante degli animali, da più di vent'anni la mia casa ne è piena, ora ho un uccellino che si chiama pio-ottavo, un gatto chiamato Ramon, e Spino un cagnone che ho rischiato di perdere un paio di mesi a causa di una ostruzione intestinale; per cui posso immaginare quale sia lo stato d'animo della succitata ragazza: posso immaginare che sia molto più sensibile di me e quindi sia ancora più affranta. me ne dispiace. credo proprio che dovremmo cominciare a dare il giusto valore alle parole, io per primo. dedico questo post a tutte le mamme ed i papà che non passeranno questo natale a fare shopping, ma in una fredda stanza di oncologia pediatrica. che il vostro dio vi protegga. scusatemi, prometto che dal prossimo post ricomincerò a dire cazzate. cco 09 dicembre 10 anni fa usciva AROUND THE FUR dei DEFTONESEccomi a parlarvi di un altro pezzo da novanta del panorama post metal americano degli anni novanta: i Deftnes di Chino Moreno. Quando una band, fa coniare nuovi nomi tra i generi musicali è sempre buon segno, al di la del risultato che se ne ottiene; anche se in maniera inappropriata i Deftones, in compagnia di Korn, Limp bizkit, Slipknot vengono fatti convogliare nel filone nu metal, un nuovo genere che mischia metal, rap, dj a forte carica giovanile, tanto osannato quanto dal futuro effimero. I Limp bizkit sono spariti, i Korn farebbero bene a sparire (ormai sono ridicoli), gli Slipknot col tempo migliorano, ed i Deftones? Dopo il loro capolavoro White Pony (terzo disco), un paio di prove non alla loro altezza, ma non sono preoccupato! Qui c’è tanta di quella sostanza che non posso non parlarne sempre bene, loro non sono impostati, non hanno creato come gli altri sopra nominati un’immagine che non riescono più a scrollarsi di dosso, viscerali nella crudezza del loro vivere la musica in maniera a volte estrema a volte dolorosamente romantica. Le radici di White pony attecchiscono nel 1997 quando esce Around the fur, seconda prova dopo l’iniziale Adrenaline di due anni più vecchio, un disco in cui emergono le psicosi vocali del sensuale Chino, a cui fanno da eco i riff taglienti di Stephen Carpenter e una sezione ritmica massiccia, di quelle che toglie il fiato. Il disco si apre subito col botto, My own summer è geniale, lenta in attesa di sferrare un colpo mortale che arriva immancabile come un faro abbagliante puntato contro, la luce si rispegne e la voce sussurra all’orecchio che la tempesta sta per tornare: capolavoro super ricopiato. Ihabia parte senza lasciare un attimo per respirare, il giochino dell’alternanza vocale si ripete, anche se su atmosfere più vicine al metal di fine decennio; nelle note alte chino usa tonalità strane quasi stonando, ma è tutto programmato e voluto (diventerà un marchio di fabbrica nei prossimi dischi). L’intro di Mascara si avvicina alle sonorità oscure dei Tool, altri maestri di questo decennio, brano che sembra sospeso nell’aria in attesa di essere baciato da una raffica di vento; ma già siamo arrivati ad Around the fur dove ci riallacciamo ai brani più estremi di Seattle, orbita Alice in chains per capirci: cantato che improvvisamente diventa sporco, metal-core più che nu-metal. Parlavamo di metal? Ed ecco nascere Rickets, tre minuti di reinterpretazione del genere in cui tutti si esibiscono mostrando il loro lato più “animalesco”. Be quite and drive è semplicemente straordinaria, il brano che vale una carriera, perfetta, sexy, la capacità di lasciarti sognare con un brano pesante, la loro essenza: un brano ideale per ballare un lento e trasmettere le proprie emozioni al solo contatto della pelle. Di nuovo metal core in Lotion, ci si chiede quante tonsille abbia sto ragazzo, e si maledice il fatto di non aver visto un loro concerto; Dai the flu è un pezzo più sofisticato ma sempre orecchiabile e sincero al contrario dei ritornelli con l’inghippo di P.o.d. o nickleback o altri che non so neanche come si chiamano! Headup con la partecipazione straordinaria di Max Cavalera a differenza degli altri brani ascoltati si avvicina invece a quel crossover di metal e rap ascoltato e riascoltato in quella fantastica compilation tratta dal film Judgment night;in Mix una voce di donna fa da controcanto alla voce di chino moreno mentre un basso ipnotico lega le strofe.
Voto: 8-\10
Cco vi saluta e comunica che sta nascendo il suo nuovo blog, detto blog light per via di chi mi dice che questo e troppo pesante!
03 dicembre O MIRACOLO...Grazie Signore della Musica per avermi dato il privilegio ancora una volta di assistere a questo miracolo che porta il tuo nome.
ieri sera dopo troppo tempo ho finalmente goduto di nuovo della musica live che per me equivale all'estasi dell'oro di Leoniana memoria. Sono sempre più convinto che la musica abbia poteri extra temporali e sia in grado di scuotere qualunque animo. peace & lone a tutti dal rinvigorito ccomix. buona settimana 18 novembre Ieri sono andato a vedere “Giorni e nuvole”Ieri sono andato a vedere “Giorni e nuvole”
Titolo originale: Giorni e nuvole Nazione: Italia, Svizzera Anno: 2007 Genere: Drammatico Durata: 116' Regia: Silvio Soldini Sito ufficiale: www.giornienuvole.it Cast: Margherita Buy, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Alba Rohrwacher, Fabio Troiano, Carla Signoris, Arnaldo Ninchi, Teco Celio Produzione: Amka Films Productions S.A., Lumière & Company Distribuzione: Warner Bros. Data di uscita: Roma 2007 26 Ottobre 2007 (cinema)
Trama:
Elsa e Michele sono una coppia benestante di Genova; all’indomani della festa di laurea di Elsa, il marito le confessa di essere stato estromesso dalla società da lui stesso creata e di essere senza lavoro già da due mesi. Niente più viaggi, niente più casa lussuosa e l’amaro confronto con la precarietà del lavoro e il germe della depressione.
Commenti:
Un film che ha parzialmente diviso i commenti all’uscita dalla sala; la descrizione della crisi in cui cade un uomo, e con se tutta la famiglia, per causa della perdita del lavoro, è purtroppo un tema attuale e presente in maniera diretta o indiretta all’interno del nucleo delle nostre conoscenze reali. Questo film non riesce ad alimentare degli spunti di riflessione ulteriori rispetto a ciò che mi gira intorno tutti i giorni; è un film lento e piatto in cui a mio modestissimo parere il regista fallisce miseramente anche la serie di allegorie e metafore con cui infarcisce il prodotto: la contrapposizione tra gli eventi che precipitano e la stasi delle continue immagini del porto, del papà di Albanese perennemente seduto davanti ad un acquario, del cappotto della Buy è grottesca, per non parlare poi della parallelismo banale tra gli eventi e il restauro dell’affresco che sinceramente mi è parso scontato. Sbagliati i dialoghi padre figlia, il tradimento inutile di Elsa, l’immagine della barca con il nome cambiato, del vecchio che stimolato ricorda il nome del suo secondo al comando della nave, insomma un flop, che salverei solo per l’interpretazione intensa dei due protagonisti e un paio di scene che mi hanno fatto sorridere.
voto: 2 palle
14 novembre 10 anni fa usciva "MOGWAI YOUNG TEAM" dei MOGWAISicuramente tra i dischi più belli dell’anno, young team segna un solco profondo nella mia cultura. La mia ricerca musicale sempre bramosa di novità e nuove sonorità si imbatte in un brano passato alla radio dal buon Prince Faster, si intitola Summer, ed è suonata da una band di ragazzetti scozzesi che si fa chiamare Mogwai; rimango rapito dall’incedere malinconico del brano che seppur strumentale, mi parla e suscita forti emozioni nel mio cuore. Insieme a band come i Tortoise, ascoltando i Mogwai assisto alla nascita di un nuovo genere in cui la musica è l’epicentro sensoriale e non serve più il testo per inviare messaggi: questo è post rock. Poco più che ventenni vengono a suonare a Roma, in un locale chiamato Frontiera, oggi triste fastfood americano; ovviamente io sono in prima fila, pur conoscendo solo quel brano, e nel vederli salire sul palco quasi mi vien da ridere per quanto sono schivi e “normali”; sorriso sulla bocca imbracciano gli strumenti e in silenzio inizia il concerto, prima solo basso, poi basso più chitarre, infine l’ingresso della batteria per un brano che lentamente prende consistenza ed infine esplode spaccando le gambe agli ignari uditori. Gran bel concerto che mi costringe ad acquistare la sera stessa anche il cd, che oggi considero uno dei pezzi più preziosi della mia collezione. In apertura subito un regalo, Yes! I am a long way from home, è il marchio di fabbrica della band, lenta, quasi un loop incantatore che addomestica il suono sempre più saturo, avvisaglia del macigno distorsivo che come cascata piove sul cervello di chi si lascia guidare nel loro magico sentiero; flebili sussurri femminili si ascoltano all’inizio, flebili sussurri maschili alla fine del brano, legato a Like herod, canzone in suspance capace di avvolgerci, coccolarci ed infine stritolarci masochisticamente nelle sue urla metalliche di dolore che per due volte compaiono improvvisamente negli oltre undici minuti di passione (questo brano dal vivo è per cuori forti…). Il rumorismo diabolico del finale di like herod ci apre al basso di Katrien dove una voce maschile appena percepibile parla, con tono quasi cronachistico di qualcosa di terribile che non possiamo comprendere. Musica da film è Radar maker, pianoforte e impercettibili orpelli sonori vestono questo brano stranamente breve per i mogwai, ma arriva la sensuale Tracy imperturbabile sotto i suoi veli, elegantemente vestita si muove sinuosa al ritmo di uno xilofono, lentamente questi scozzesi ci avvolgono e ci risucchiano nel loro mondo vorticoso, piacevolmente ossessivo; si ripete sempre l’utilizzo della voce, come strappata ad un giornale radio, usata come sottofondo sonoro più che per fornire messaggi. Ed ecco Summer, da ascoltare ad occhi chiusi, essenziale, triste, allegra, solare e lunatica allo stesso tempo, monumentale. Ancora piano soave in With portfolio, che però è quasi subito sopraffatto da suoni assordanti che assalgono, distruggono e lacerano i timpani; finisce l’uragano sonore e subito una gracile chitarra cura le nostre orecchie frastornate aprendoci all’unico brano in cui la voce è in primo piano: R U still in 2 it? brano lento ed intenso dilatato nei tempi. La malinconia ci coglie nel suo aspetto più viscerale e disperato in A cheery wave from standed youngsters, senza darci la possibilità di prepararci alla caduta negli inferi di Mogwai fear satan che nei suoi sedici minuti e diciannove minuti rimane uno dei capisaldi della musica di questo decennio; una marcia fiera, imponente, sul terreno di una guerra che non si vuole combattere, fatta di clarinetti che sorridono raffinatamente, e chitarre distorte che spazzano via i detriti di una società sbandata: come diceva il sommo poeta “è una libidine, è una rivoluzione!”. I mogwai sono uno di quei gruppi di cui sinceramente non potrei fare a meno perché nel loro silenzio sanno sempre dare una risposta alle mie domande. Grazie di cuore ragazzi.
Voto 9\10 12 novembre basta...sono nauseato dall'ennesima spettacolarizzazione della morte.
sono nauseato dall'informazione che non c'è.
sono nauseato dallo sfruttamento delle tv.
sono nauseato da chi si ripulisce la bocca con frasi fatte.
sono nauseato da chi dice di piangere qualcuno che neanche conosce.
sono nauseato da chi sfrutta la morte per seminare odio.
sono nauseato da coloro che si travestono da buoni e non lo sono.
sono nauseato da chi associa lo sport alla violenza.
sono nauseato da chi manda allo sbaraglio giovani ragazzi.
sono nauseato dal gossip feticista.
sono nauseato da chi dice onore a te.
sono nauseato da chi si nasconde dietro una sciarpa.
sono nauseato dai politici che devono intervenire su tutto.
ma in che cazzo di mondo viviamo?
resettiamoci. ccomix ti ha pensato. ciao.
06 novembre ciao Barone (giallo) rossoSe ne va un altro pilastro della Roma campione d'Italia.
Romano ma non romanista ricordo con affetto la festa di quei giorni; da Juventino dico che non si può non amare il popolo giallorosso e i suoi miti. Poche vittorie ma memorabili, indelebeli per tutti i tifosi di fede giallorossa e per chi si è trovato a viverli insieme a loro: io personalmente ammetto che so più di quello scudetto che dei 10 vinti dalla juve negli anni successivi. A Roma vincere uno scudetto è l'evento aspettato tutta la vita, significa festeggiare per le strade, buttarsi nelle fontane, dipingere le strisce pedonali gialle e rosse, sventolare le bandiere dai balconi, abbbracciarsi con chi non si conoscere, piangere di gioia.
Il capitano Di Bartolomei, Conti, Pruzzo, Tancredi, l'ottavo re di Roma Falcao regalarono a questa città magica uno stato di felicità collettiva probabilmente inarrivabile; a capo di questa banda di eroi c'era lui, il barone Liedholm, svedese atipico dall'homour tagliente, già campione da giocatore (il trio gre-no-li è la storia del calcio), importatore del gioco a zona in Italia, ottimo intenditore di vini.
Se ne va un altro pilastro dei miei anni 80.
La Roma Campione d'Italia 1983
Girone di andata
Girone di ritorno
03 novembre SATURNO CONTROSaturno contro
31 ottobre 10 anni fa usciva "HAI PAURA DEL BUIO?" degli AFTERHOURS
Mi servirebbero delle ore per cogliere l’essenza di questo capolavoro, ed io ho solo dei ritagli di tempo per raccontarvelo; disco assolutamente poetico ed emozionante che trae linfa dalla incontrovertibile ed affascinante linea che segna la vita.
Innanzitutto chi sono gli Afterhours?
Gli After sono una band creata a Milano circa venti anni fa da un ragazzo benestante chiamato Manuel Agnelli, con lui diversi amici che nel corso del tempo si susseguono in numerosi cambi di formazione dando vita a diverse fasi stilistiche individuabili in una carriera ormai ventennale.
Dopo gli esordi in inglese e l’interessante se pur acerbo primo disco cantato in italiano intitolato Germi che vede l’ingresso in formazione del chitarrista Xabier Iriondo, nasce se pur con grossi problemi di carattere manageriale, che per un certo periodo ne mettono in discussione la stessa uscita, Hai paura del buio?, che risente in senso positivo di questo travaglio fornendo a tutta l’opera una maggiore carica esplosiva.
Insieme all’approccio da vero rocker di Manuel ed alle divagazioni sperimentali di Xabier nella line up del disco compare esclusivamente Giorgio Prette alla batteria, Dario Ciffo al violino e Andrea Viti al basso pur prendendo parte alle sessioni di registrazione non sono ancora membri ufficiali della band.
Album della maturità dicevamo, sintesi di una ricerca che va spaziando su diversi generi che solo apparentemente potrebbero sembrar cozzare all’interno delle diciannove tracce che lo compongono: permane l’approccio rock americano post grunge, ma si insinuano nelle trame delle composizioni echi della psichedelia dei Beatles di stg. Peppers, brani vicini al cantautorato anni 70 italiano, ma anche divagazioni più sperimentali e tracce più estreme.
Hai paura del buio? e 1.9.9.6. servono a preparare l’ascoltatore alla fruizione del disco, la prima rumorista la seconda dal sound molto british rappresentano i titoli di testa di questo film, la cui prima scena è di quelle destinate ad entrare nella storia: Male di miele è l’icona del gruppo, il marchio indelebile, la canzone che non può mancare nei concerti, è la Smells like teen spirit degli Afterhours; riff inconfondibile, testo incalzante e poi quei coretti in falsetto ormai storici!
E subito dopo Rapace, ballad degna dei Temple of the dog, intensa e sofferta nelle sue note, delirante nel suo testo crudo: “verrò come un rapace a mutilare la pace dentro il tuo cuore”, se non è amore questo!
L’approccio diretto e una certa propensione alla descrizione della sessualità emergono in Elymania dove giocattoli vibranti entrano nel corpo producendo miele che sa di….e proseguono in un altro capolavoro come Pelle, dove esplode la sofferenza per la lontananza tra due corpi che si cercano anche quando non dovrebbero; il romanticismo di relazioni proibite e il dolore che esso provoca sono esaltate dal violino di Dario che cerca sempre di non essere lezioso ma di dare solo degli imput sensoriali all’ascoltatore.
Dea è un brano di circa due minuti di puro hardcore che fa mancare il respiro a causa del suo ritmo serrato, precede le sperimentazioni di Senza finestra, un intermezzo pieno di effetti dai tratti cupi.
In Simbiosi è un brano acustico per voce, chitarra e sottofondi dove senza tanti giri di parole il buon Manuel ci racconta di come testualmente senta fondere le sue dita dentro una f..a.
Ma eccoci ad ascoltare un altra delle canzoni storiche della band, Voglio una pelle splendida; un brano riflessivo il cui testo ci aiuta ad investigare sulla complessità della vita e dei rapporti interpersonali, e le cui note ci fanno sognare tramonti montani.
La strumentale Terrorswing sembra registrata con un quattro tracce, gioca su rumori che creano suspance e poi esplodono sul tema centrale imperniato sulle note della chitarra; c’è la sensazione che all’interno del disco questi divertissment musicali servano da lepre hai brani più d’impatto, come in questo caso dove Terrorswing è succeduta da Lasciami leccare l’adrenalina, sfuriata rock alla foo fighters.
I testi esasperati ed a volte difficili da comprendere proseguono in Punto g, seriosa e malata nel suo intercedere lento e sepolcrale; la scossa arriva ingurgitando Veleno in cui l’atmosfera cambia proiettandoci su venature hard vicine all’amico Greg Dulli.
Il pianoforte sostenuto dagli archi di Come vorrei ci riporta a sonorità inglesi, un raggio di sole apparente, appannato dal testo stravagante che parla di Strichinina ed Edda; è in questa parte finale dell’opera che emerge la mia tesi sul fatto che un disco dovrebbe essere al massimo di dodici tracce: Questo pazzo pazzo mondo di tasse e la semi strumentale musicista contabile farebbero fatica a trovare spazio in una scaletta da greatest hits.
Non si può dire lo stesso dell’energica Sui giovani d’oggi ci catarro sopra, ironica, tagliente e serrata accusa dei moderni “alternativi” capaci solo di sperperare i soldi del paparino; in conclusione Mi trovo nuovo, saluti da parte degli Afterhours con un brano in bilico tra la ballata, la psichedelia ed una sana dose di follia.
Un disco fantastico che non smette mai di sorprendermi.
Voto: 8,5\10
Grazie di cuore a tutti gli amici che intervengono in questo blog. CCO
27 ottobre NAPOLI - JUVE 1 a 3
In questo recipiente della memoria, attraverso la musica, faccio riaffiorare ricordi della gioventù che negli anni si sta trasformando in “adultità”.
I miei ricordi da bambino prima e adolescente poi però non possono non convergere anche sul quel calcio praticato nei campetti di terra con le porte fatte con i giacchetti, collezionato nelle mitiche figurine Panini, tifato simpaticamente con gli amici di sempre.
Ci si vedeva la domenica mattina al campo dell’oratorio per giocare contro chi abitava dall’altra parte della strada, si finiva sempre col litigare e qualcuno se ne andava bestemmiando…ad inizio anni 80 il premio dei bambini buoni erano 10 pacchetti di figurine, che troppo presto riempivano gli album, e allora ci si giocava, a battere e soffio a chi le tirava più lontano col mignolo, si usciva di casa con mazzi di figu enormi e si cercava di scambiare quelle poche che mancavano per finire l’album (qualcuno ha la figurina di Verza col Cesena dell’81?).
Juventino in casa di lupacchiotti, ero sempre in minoranza, ma il divertimento era proprio prendersi per il culo, e attaccarci alla radiolina portatile per ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”; a metà degli anni 80 un uomo venuto dall’Argentina stravolse gli equilibri del calcio italiano, riportando alla ribalta una squadra del sud: il Napoli di Maradona.
Il San Paolo è sempre pieno ed ammira le giocate di Maradona, Bagni, Carnevale e tanti altri, il mio amico Andrea, tifosissimo partenopeo, appende al muro, al fianco dell’italia campione dell’82, l’effige del pibe de oro e per qualche anno ci guarda dall’alto verso il basso sventolando la sua bandiera biancoazzurra.
Sono passati venti anni da quel primo mitico scudetto del Napoli, ed oggi quel calcio almeno in apparenza spensierato è davvero tramontato; ho scritto queste due righe perché stasera dopo parecchi anni l’anticipo di serie A ripropone al San Paolo Juve-Napoli, probabilmente come venti anni fa io ed Andrea staremo insieme a vedercela (le radiolina è sparita, ora c’è il satellite…) davanti ad un piatto di spaghetti.
Che bello assistere di nuovo a queste partite, che bello vedere che dopo venti anni, il mio compagno di giochi è ancora Andrea.
Perciò dico, forza Napoli e che vinca la migliore, ossia la Juve.
Un saluto a tutti gli amici napoletani.
Scomessina: risultato finale 1-3
Ciao
20 ottobre IL BUIO NELL'ANIMAIeri sera sono andato a vedere “il buio nell’anima”
Titolo originale:
The brave one
Nazione:
U.S.A.
Anno:
2007
Genere:
Azione, Thriller
Durata:
121'
Regia:
Neil Jordan
Sito ufficiale:
Sito italiano:
Cast:
Jodie Foster, Terrence Howard, Douglas J. Aguirre, Naveen Andrews, Mary Steenburgen, Margaret Baker, Dennis Johnson, Nicky Katt, Jane Adams, Larry Fessenden, Dana Eskelson
Produzione:
Redemption Pictures, Silver Pictures, Village Roadshow Productions
Distribuzione:
Data di uscita:
28 Settembre 2007 (cinema)
Trama
New york, giorni nostri.
“Il buio nell’anima” è un programma radiofonico condotto da Erica Bein (jodie foster), in procinto di sposarsi con il medico David Birmani (Naven Andrews); il loro progetto di vita si frantuma ad Hyde Park dove a causa di una aggressione David perde la vita e lei rimane in coma.
Dopo tre settimane Erica si risveglia, nulla è più come prima, quella città amata e raccontata nelle sue trasmissioni è ora il suo incubo peggiore; quelle strade percorse a registrare suoni e raccogliere immagini da raccontare ora sono una minaccia che la inducono ad acquistare una pistola.
Un killer soprannominato “il vigilante” lascia a terra quattro malviventi riscuotendo consensi sulla cittadinanza, il detective Sean Mercer (Terrence Howard) è sulle sue tracce.
Commenti
Film mediocre, deludente sotto molti aspetti.
Il film non decolla, trama stereotipata con espliciti richiami alla violenza del “Giustiziere della notte” e allo pseudo romanticismo rabbioso de “Il corvo”, senza colpi di scena o momenti di tensione.
Scene e personaggi sfilacciati che faticano ad amalgamarsi nel corso delle due ore del film; la polizia scientifica di New York ignora in almeno due scene del crimine vistose tracce di dna, da questo grossolano errore, c’è forse la volontà del regista Neil Jordan (autore di tanti film di successo tra i quali “la moglie del soldato”) di non voler girare un thriller ma un film psicologico che vada a studiare la parte più nascosta ed imprevedibile dell’animo umano.
E chi meglio dell’ex detective Jodie Foster, vista in azione in uno dei cult degli anni 90, può interpretare questo ruolo ai confini dello sdoppiamento della personalità?
Malgrado questa accoppiata di grande affidamento, rimango indifferente al film, che credo sia solo un passaggio a vuoto di due ottimi professionisti di questo mondo
Voto: due palle e mezzo
14 ottobre 10 annni fa usciva "HOMOGENIC" di BJORKBjork è pura magia La sua musica è magica. Ascoltarla è leggere una favola, proiettarsi in un mondo parallelo, amica di Willie Wonka e di colei che visita il paese delle meraviglie, concede al suo interlocutore stimoli multi sensoriali capaci di toccare le quattro dimensioni. Al terzo album solista dallo scioglimento degli Sugarcubes, Bjork coglie i frutti di quei semi sperimentali piantati nei precedenti Debut e Post e ci regala la nascita di una nuova era; la freschezza compositiva mista a simpatica follia si trasforma in maturità, la struttura ora è complessa, c’è meno spazio per sorridere e più tempo per riflettere e concentrarsi su ciò che ci scorre intorno e che dalla notte dei tempi si trasforma in ogni istante. Musica essenziale nelle 9-10 tracce di Homogenic, ritmiche cibernetiche governate da Howie b (già collaboratore degli U2 in Acthung baby e Zooropa) e da Mark Bell degli LFO che vanno ad intersecarsi con melodie orchestrali intense e laceranti, e poi lei sublime nel dipingere le sue storie con trascinante passione. Capire questo disco equivale ad imboccare un labirinto (lo sconsiglio vivamente a chi soffre di claustrofobia), sappiamo di non conoscere la strada che ci porterà alla metà ma questa inconscia dose di masochismo mista a carica adrenalinica senza indugio ci attrae, il rischio è di fare la fine di Jack Nicholson in Shining, oppure di essere premiati come Wendy. Dicevamo, nove-dieci tracce, rimango in dubbio perché credo che la perla regalataci con All is full of love sia stata inserita in scaletta nelle ristampe degli anni successivi. Hunter è un viaggio nel buio, immaginate fili colorati che si intersecano, si rincorrono, si accoppiano, si sovrappongono, suggestioni dettate da percussioni minimali, archi, fisarmoniche francesi e “boleri” di Ravel che spingono; è gia tempo di commuoversi, allora l’onda romantica di viole e violini sorregge lo sfogo romantico di questa piccola donna islandese in Joga, di sottofondo sempre percussioni metalliche che ci proiettano verso scenari futuristici. La ricerca di rarefazione dei tempi ed espansione del suono verso l’alto è scandita in Unravel, dove pochi accenni sonori, ci fanno spiccare il volo con estrema pathos; ma ecco riesplodere il lato doloroso di questa artista, Bachelorette è il cuore pulsante di Bjork, sorretto da archi piangenti che fungono da controcanto al grido sofferente dell’artista. All neon like è l’elettronica, ostica, minimale e suggestiva, ad alto rischio estrazione cd dal lettore se non la si ama, strepitosa nel caso contrario! Come quadro avanguardista, di difficile interpretazione ma mai banale; 5 years prosegue nella fase trance , ora suonarelli casio si mischiano a vibrazioni sintetiche. Immature si avvicina invece a sonorità ambient, sensuali, come solo il jazz sa regalare, la tenera bambina in questo brano ruggisce usando la voce come una tromba passando da toni squillanti a vibrati rauchi che si ripetono anche nella successiva e più “abbordabile” Alarm call. Siamo arrivati al gran finale: Pluto è un gran regalo, esplosione techno degna dei migliori solchi di Aphex twin, ossessiva e percussiva, Bjork delira ricordandomi le improvvisazioni vocali del miglior Mike Patton, mentre scrivo ed ascolto, riesco perfino a ballare seduto sulla mia poltrona, questa è musica benedetta signori! È finita, peccato. C’è ancora spazio per una delle più belle canzone di sempre, qui in versione povera, voce e poco più per concedersi tre minuti di (o da) pelle d’oca; canto e controcanto per dirci che c’ho che ci circonda è denso d’amore e noi non possiamo trascurare questo messaggio.All is full of love.
Bjork è una grande artista il cui lavoro può piacere o disgustare. Ai posteri l’ardua sentenza
Voto: 8\10 15 settembre 10 anni fa usciva "ROSEMARY PLEXIGLAS" degli SCISMALa fine degli anni 90 rappresenta il culmine del movimento indie italiano, anni in cui mi ero illuso che finalmente i palati nostrani stessero lentamente iniziando a gustare musica dal sapore internazionale, tante band fiorivano in tutta la penisola, un certo fermento fine a se stesso sembrava respirarsi nell’aria; sembrava che la rima cuore amore stesse per essere spazzata via. Fumo negli occhi, purtroppo. Ma i primi a rendersi conto dell’effimera illusione furono le band stesse, costrette nella maggior parte a chiudere baracca e burattini dovendo scegliere tra l’instabilità della vita da artista e la molto meno esaltante vita da impiegato, ma almeno stabile: non ne fecero segreto gli Scisma i cui componenti, malgrado un discreto successo, furono costretti a sciogliere la band perché non potevano permettersi di vivere di musica. Di quell’ondata anomala, solo un 10 per cento è riuscito nell’impresa di fare della musica una professione, gli altri si sono lentamente persi nell’anonimato, facendo implodere in se stessa questa bomba culturale; notati e prodotti da Manuel Agnelli degli Afterhours, gli Scisma creati da Paolo Benvegnù, sono un sestetto composto da tre ragazzi (voce, chitarra e batteria) e tre ragazze (voce, basso e tastiere) tutti dalla indubbia, grande presenza scenica. La breve carriera in studio costituita da due soli dischi (il secondo ed ultimo si intitola Armstrong), parte con questo splendido cd intitolato Rosemary plexiglas, un album molto elaborato caratterizzato da una ricerca che va dal cantautorato alla sperimentazione, dal rock puro ad un pop geneticamente modificato: aulici, struggenti, emozionanti, divertenti, in una sola parola, deliziosi. Dotati di una estrosa creatività compositiva, arricchiscono i loro brani con testi mai banali, anzi direi complessi! Il risultato è un disco molto versatile, fresco, di quelli che si possono ascoltare più volte di seguito, una bellissima fotografia del mio 1997. Rosemary plexiglas si apre con il brano omonimo,uno degli italiani più belli del decennio, una ballad pop perfetta, condita con violini campionati e la sensuale voce di Sara che ci annuncia la volontà della band di puntare a dare ai loro fruitori nuova linfa; di seguito Completo mette l’accento sul lato più indie della band, una miscela di noise rock e musica contemplativa con chitarre distorte e una voce aggressiva e graffiante (ricordano i migliori Marlene Kuntz); sottovoce nei cori inizia a farsi sentire Paolo Bevegnù con il suo look vintage, si riscalda per il successivo brano, Loop 43, in cui si invertono le parti tra cantanti, un brano che parte piano ma poi si apre con forza vigorosa. Stesso discorso per la tribale PSW che all’inizio è cupa ,quasi voglia esorcizzare una siccità sonora durata troppo a lungo, ma che poi come quando arriva la prima goccia d’acqua riesce a spargere nell’aria un elisir profumato ed inebriante; ecco arrivare un momento di relativa calma, Negligenza è un buon brano che mette in risalto il lato più ludico e scanzonato della band (ricordate gli Ustmamo?), con ritornelli che si avvicinano a scioglilingua. Centro e la successiva Svecchiamento ci riportano al lato più squisitamente rock e dark della band, testo torbido quello che si spalma sui tamburi indiani del secondo brano in questione ( si parla di “agreste bisogno di svendere fluidità”); quasi per spirito di contrapposizione ecco la freschezza di Sara che sdolcinatamente ci racconta del suo corso di “Videoginnastica”. Paolo invece in Autostrada e Golf si sbilancia mettendo in evidenza il suo lato più intimista e cantautorale, quel lato che poi esploderà nel bellissimo disco solista di alcuni anni dopo, bellissimo come L’equilibrio, brano romantico ed emozionante con un tema centrale semplice ma evocativo, accessibile a tutti i palati; ascoltando questa canzone un po’mi innervosisco perché oggi avremmo bisogno di band di questo spessore. Con 84 le due voci si scontrano spaccando il brano in due, paolo da una parte che fa il cattivo e dall’altra una sara, soave; finisce pari e patta con i due che se ne vanno fischiettando mano nella mano. Nuovo è il brano più coraggioso della band, e forse per questo sarebbe bene premiarlo come il mio migliore dell’intero disco; sette minuti di atmosfere magiche, farcite di archi, campioni lirici, e quel non so che di passato che aggiunge pathos al brano, silenzi, cadenzati da tamburi lontani, che poi si tacciono per l’esplosione chitarristica che vomita energia sull’ascoltatore ignaro. Il silenzio della signora Mazo in Nuovo si spiega nella successiva ed ultima canzone intitolata Poco incline ai rif, dove con voce fanciullesca ci congeda dagli Scisma regalandoci l’ultima magia del disco.
Voto: 8\10 19 agosto 10 anni fa usciva "THE WILL TO LIVE" di BEN HARPER RIECCOCI qui miei cari, si riparte.
e' un piacere rimettersi davanti la tastiera ascoltando questo disco splendido; Ben Harper incarna i miei ideali di artista: creativo, espressivo, dotato di una tecnica unica e di un sex appeal al quale credo poche donne possano resistere. alterna dischi a firma Ben Harper and the innocent criminals a dischi solisti, questo è della seconda specie!
tra i suoi dischi più riusciti senza dubbio, The will to live percorre le strade della vita con inarrivabile pathos, sconvolgentemente convolgente ed emozionanante nei suoi passi più intimisti, fenomenale nei brani più vigorosi; la sensazione ascoltando questo musicista, è che la materia che maneggia sia sacra, ed in quanto tale da venerare e celebrare con massimo rispetto.
Faded apre il disco, con la firma immediata della chitarra slide di ben che suona da seduto con lo strumento appoggiato sulle gambe: un brano monumentale che dal vivo impedisce di stare seduti ad ascoltare per quanto è vigorosa e ricca di spirito infuocato, una sorta di intermezzo acustico di un minuto sembra la seconda traccia ed invece il brano riparte col suo ritornello amaliatore.
una radio impolverata ci riporta all'america più contadina delle comunità afro-blues e ci fa ascoltare Homeless child; quel suono sporco, come per magia è ripulito dalla chitarra acustica di Number three, brano intenso che in un minuto e mezzo ci lascia sognare lo sguardo della nostre donne che sorride.
una sorta di intro a Roses from my friends, che come una sinusoide percorre le salite e discese della vita, dicendoci che basta un sorriso per essere felici, e che in fondo anche quando non c'è da ridere, il miraggio della felicità è sempre li ad un passo da noi. siamo già dentro i fumi densi del disco, è quasi percepibile in maniera tattile la spiritualità di questi brani, Jah work e semplicemente strepitosa, da pelle d'oca con il suo basso reggae, la chitarra pennellata e gli echi di percussioni africane.
l'ascesa di questa piramide sonora trova il suo vertice nello spiritual di I want to be ready, in cui le doti compositive e vocali dell'iper tatuato signor harper emergono nel loro splendore più sfavllante; il brano che da il titolo all'intero albo segna l'inizio della discesa, rientra in gioco il distorsore e le fioche luci di un candelabro si spengono per dare spazio a grossi riflettori.
ben ama scherzare, ed ecco riaffacciarsi un menestrello dalla finestra di un borgo dalle stradine strette ed acciottote e abitazioni dai terrazzi pieni di fiori (ashes), c'è spazio addirittura per un sax ad arricchire il quadro bucolico.
Widow of a living man traduce in musica e parole la disperazione di una donna per un amore finito, il crollo di un castello di sogni e la richiesta di aiuto e di spiegazioni alla mamma, struggente.
la sequenza di brani straordinari prosegue con Glory & consequence in cui si può di nuovo ballare e dare sfogo a ciò che troppo spesso ci si tiene dentro; ideale chiusura per un concerto e per un disco, ma ben non è ancora soddisfatto, ed ecco concretizzarsi un brano molto seventee con fiati e basso effettato: mama's trippin' eccezionaleeeee, la consiglio a Tarantino per i suoi film!
siamo alla fine sul serio ora, I shall not walk alone, chiude il disco, spenti i microfoni i cantante americano mi confessa a quattrocchi quale sia la sua preghiera prima di addormentarsi; spegnete la luce è ora di sognare.
ben harper è uno tei talenti più grandi del panorama musicale moderno, non è alla ricerca di cose nuove ,vuole solo esprimere i suoi sentimenti esplicitandoli attraverso la musica, e per questo lo ringrazio.
voto: 8,5\10
20 luglio 10 anni fa usciva "THE FAT OF THE LAND" dei PRODIGYSONO ONNIFAGO. lo sapete no!! con la stessa facilità con cui posso ingurgitare una bomba alla crema e dopo due minuti una pizza margherita, amo saltare nei miei ascolti da un genere all'altro; è una questione umorale credo, ormonale, di predisposizione alla concentrazione, di esigenza.
una cosa però non risparmio mai nella mia ricerca sonora: la volontà di trovare qualità, qualunque sia il genere, il mio integralismo non è rivolto alla tipologia, ma al tipo, a come esso è esaltato dalla composizione, all'originalità, alla voglia di sperimentare e coinvolgere e di sfondare nuove barriere.
cosi come le mie preferenze per l'una o per l'altra band, gli anni '90 hanno visto duellare per lo scettro di "band sintetica planetaria" Chemical brothers e Prodigy; a distanza di pochi mesi dall'uscita di "Dig your own hole" dei fratelli chimici ecco rispondere la band di Liam Howlett con un grande botto.
i primi sono sofisticati, amanti di sonorità oriented, i secondi provenienti dalla rave-culture sono i selvaggi, i punk della techno, gli artefici di una danza tribale; disco duro, con virate rock cibernetiche, al quale partecipano stelle del panorama rock mondiale (componenti di Rage against the machine, L7, kula shaker), un albo che ben si integra con i "palati uditivi" di quel periodo che reclamano nuovi suoni e situazioni.
(SCUSATE è SPARITA LA RECENSIONE DI METà DISCO..PORCA..)
In Mindfields l'atmosfera si fa più rarefatta, siamo in una zona filtro del nostro viaggio, la galleria sotterranea ci sta lentamente conducendo ad est, in India, dove l'oppio che non manca mai rallenta la nostra percezione visiva ed inizia a farci volare nel sentiero rosso di Narayan; nove minuti di volo in compagnia del cantante dei kula shaker Cripian mills che ci conduce di fronte questa raffigurazione sacra induista.
Ma ecco che si apre una crepa sul terreno e si risprofonda giù, lungo uno dei più famosi tunnel metropolitani visti in tv; il video claustrofobico di Firestarter fu quello apripista del disco, e voci dicono che sia stato girato a costi minimi tutto in una notte, dopo che fu buttato nel cestino un altro milionario perche non gradito alla band.
climbatize è un lungo inetrmezzo che precede un'ode al punk-industriale intitolata Fuel my fire.
tornando ai nostri giorni, posso affermare che la vena compositiva dei Prodigy, se non esaurita, è quantomeno smarrita; dischi mediocri, tentativi falliti di opere personali dei componenti del gruppo, e forse la presupponenza di vedere davanti a loro successi facili hanno offuscato quanto di buono Liam e soci aveessero fatto fino alla fine dei 90; fiducioso in una rinascita, continuo a sentire questo disco che ancor oggi, e per questo genere non è facile, è attuale.
voto: 8-\10 VEDETEVI IL VIDEO è IMPERDIBILE
01 luglio 10 anni fa usciva "ALBUM OF THE YEAR" dei FAITH NO MOREAlbum di congedo per una delle band dello scorso decennio da me più amate.
Appartengono alla categoria di coloro che hanno dato un contributo allo sviluppo delle nuove sonorità di fine millennio; complessi e allo stesso tempo gradevolmente fruibili nel loro impianto assemblato su base metal ma aperto a ogni tipo di influenza dall'hardcore alla ballad orientaleggiante: reinrtroducono con una nuova veste la tastiera nell'ambito dell'alternative music superando il cliche stantio del progressive metal che usava lo strumento per tappeti o assoli al fulmicotone.
ma i Faith no more non sarebbero tali senza colui che più di ogni altro vive questa eccezionale forma d'arte da artista: Mike Patton; un virtuoso della voce, un eclettico giullare della corda vocale all'esasperata ricerca di nuove forme di espressione. Artista poliedrico al quale i Faith no more dopo 10 anni e più di carriera iniziano ad andare stretti: fantomas, tomahawk, peeping tom, mr bungle tanto per citare alcuni suoi progetti paralleli, alcuni veramenti estremi al limite del rumorismo altri più bucolici e vicini alla tradizionale forma canzone.
E' bene precisarlo, non siamo di fronte al disco dell'anno, ne tanto meno siamo di fronte ad un altro "The real thing" o " Angel dust", mancano il furore emotivo del primo e la perfezione del secondo, siamo di fronte ad un buon disco suonato in maniera impeccabile con diverse note di merito e diversi brani di ottima fattura; potrei dire che non manca nulla, il discorso è che i dischi precedenti erano ancora più belli!
Si parte con Collision, e subito gli strumenti prendono fuoco, la chitarra dell'ultimo arrivato mr. hudson sa ben dialogare con la batteria di Mike Bordin nei continui cambi di ritmo e Mike esordisce alternando melodia a grida isteriche; Stripsearch è una hot-ballad che sul finale si incupisce diventando misteriosa.
Last cup of sorrow è un brano che si lascia ascoltare, e non a caso è scelto dalla band come singolo per pubblicizzare il disco, l'intercedere regolare con ritornello che apre come un ventaglio il brano è in perfetto stile Faith no more; non si smentiscono neanche nell'inserire dopo questo brano "regolare", un brano più serrato (naked in front of the computer) dove Mike trasforma la sua band in una mitraglia che per due minuti spara a raffica sull'ascoltatore.
Helpless è una ballata scanzonata con tanto di coretti di sottofondo, chitarra acustica, e fischiettii da prologo al ritornello elettrico; ma ecco un'altra chicca assoluta Mouth to mouth, tastiera da piazza rossa e un cantato che taglia le parole con un rasoio (peccato per un ritornello troppo ripetitivo).
ashes to ashes, malgrado non sia stata sviluppata l'idea al 100 %, è il brano più raffinato del disco, la sensazione che si avverte ascoltando il disco è che malgrado sia suonato in maniera splendida , manchi quella freschezza compositiva che aveva caratterizzato i precedenti lavori e che lo scioglimento della band fosse già in atto (in maniera inconscia) al momento della genesi del disco. She love me not è grandiosa, sembra di ascoltare Stewie Wonder, la realtà è che i Faith no more ci stanno preparando uno scherzetto, perche dopo questi tre minuti di relax, arriva il fulmine estivo: Got that feeling. mike si sdoppia ed inizia a litigare con se stesso condendo in maniera originale il brano più incazzato del disco.
Paths of glory rallenta di nuovo il ritmo, la canzone francamente non sfonda, sembra già ascoltata, peccato; l'intermezzo di Home sick home non lascia il segno, e siamo al termine, la parola fine alla vicenda Faith no more la da Pristina, degna chiusura, lenta, introspettiva, solenne ed inesorabile la strofa centrale grida "i'll be with you" ricordandoci che se i Faith no more muoiono, la loro musica rimarrà sempre li a tenerci compagnia.
non sono un abile oratore, ne tantomeno un valido creatore di epitaffi.
ieri ho dato l'ultimo saluto ad un amico, eravamo in centinaia a salutarlo, spero che ogni stilla di quel fiume di lacrime che ho visto scorrere confluisca in un mare, quello della serenità di una famiglia che si è dovuta distaccare dal suo amato.
La goccia che ha rigato il mio viso è per tuo cugino, proteggi la tua famiglia.
ciao Lorenzo
Raimondo
14 giugno 10 anni fa usciva "OK COMPUTER" dei RADIOHEADi radiohead arrivano a questo risultato dopo due lavori, che malgrado dei buoni segnali, erano stati ascoltati in maniera piuttosto distratta dal sottoscritto; sembravano percorrere la strada un po' troppo spianata di quelle decine di band inglesi che tanto andavano di moda negli anni novanta e che si basavano su brani dal facile appeal, mascherati rock ma dal risultato decisamente pop.
Ma poi c'è chi continua a proporre sempre la stessa canzone per venti anni e chi sceglie di evadere per scoprire nuovi orizzonti, giocandosi popolarità, fama e soldi con un progetto ambizioso che vuole scavare all'interno della sensibilità umana cercando di sviscerarne tutti i lati: il risultato è ok computer.
per i kraftwerk anni 70 di The man machine era il robot l'epicentro del loro fantasticare, l'oggetto da idolatrare, oggi, nel 1997 in piena fase post grunge i radiohead ci spingono verso computer e androidi consacrando la nuova era post elettrica; il disco si apre con Airbag, brano dall'incedere ipnotico che funge da intro alle nuove sonorità della band di Thom Yorke, un finale progressivo e vagamente rumorista apre le porte per Paranoid android che inizia quasi come un gemito prodotto da chi chiede aiuto e pian piano si trasforma in urla accompagnate da chitarre acide che invece di portare alla follia improvvisamente si trasformano in braccia che coccolano e sollevano lo sventurato dalle sue paranoie (?).
il viaggio psichedelico prosegue ce ne accorgiamo nelle atmosfere allucinogene di Subterranean homesick alien; exit music credo sia la canzone più struggente che abbia mai sentito, non conosco il testo ma malgrado questo immagino i titoli di coda di un film che scorrono e sullo sfondo un uomo e una donna che si lasciano camminando in direzioni opposte lungo una spiaggia in una giornata dal mare mosso.
Let down addomestica il cuore, e mette ancora in mostra la peculiarità del disco di provocare suggestioni visive; karma police apparentemente ci riporta ad una dimensione più lineare, ma un vortice elettronico ci tira giù e ci trasporta in una enorme stanza asettica dove un calcolatore nascosto (Fitter appier) parla preparandoci alla seconda parte del disco.
Electioneering è uno dei brani più tradizionalmente rock di tutto il disco, il ritornello cantato un ottava più alta da tom è davvero incalzante; ritorna di nuovo la psichedelia dark in Climbing up the walls che potrebbe essere suonata allo stesso tempo da Cure, Nirvana e U2 tanto è ricca di venature diverse.
Ma eccoci ad un altro capolavoro, No surprises, lenta e soave con i suoi campanelli sembra uscita da una raccolta natalizia di Frank Sinatra, ciò che stupisce è la capacità di legare sonorità,ritmiche e generi tanto lontani tra loro senza creare disarmonia o delusione; le chitarre cosi come il rullante secco di Lucky ci conducono alle sperimentazioni dei Pink Floyd a cavallo tra sessanta e settanta.
La malinconica the tourist, chiude il disco, sottofondo muusicale usato come tappeto dalla predica di un signor Yorke in stato di grazia.
Un disco eccellente, che malgrado la continua ricerca che contraddistingue la band, non ha avuto dei seguiti altrettanto magistrali.
imperdibile
voto: 9\10
28 maggio le regole del rugby[modifica] Le regoleQuelle qui elencate sono solo le regole principali del rugby
DA WIKIPEDIA 09 maggio 10 anni fa usciva "ULTRA" dei DEPECHE MODEI Depeche mode sono intimamente legati alla mia crescita musicale e non; le loro canzoni mi ricollegano come istantanee ad eventi della mia vita trascorsa: da più di venti anni mi tengono compagnia, era il 1986 quando rimasi affascinato dalle cupe vampe di Stripped, era l’estate dell’1990 quando al juke box di Esperia le 200 lire mi facevano ascoltare Everything counts, potrei ricordare ancora i baci dati e le promesse d’amore fatte ascoltando One caress, il viaggio a Bologna per vedere il concerto, fino alla splendida serata della scorsa estate a cantare con i miei amici dalla tribuna dello stadio Olimpico. Venti anni di ascolti non sono pochi, ricordo ancora la mia prima cassetta dei depeche, su un lato c’era Music for the masses, sull’altro Under a blood red sky degli U2; se dopo tutto questo tempo ancora sono qui ad ascoltarli significa che la storia sono loro! Ultra esce dopo un periodo di silenzio durato qualche anno, legato alle instabili condizioni di salute psicofisiche del cantante Dave Gahan che tenta il suicidio in diverse circostanze; non è passato tanto tempo dalla morte di Kurt Cobain, sembra che l’abuso di droghe stia facendo calare un’ ombra minacciosa su molte delle icone rock del decennio passato: questo disco sovverte questo trend pessimista regalandoci una gemma preziosa e una vera rinascita artistica. Di nuovo in tre dopo l’abbandono di Alan Wilder, Dave e soci sfornano un disco che al suo interno assimila germi oscuri degli ultimi anni di vita ma che si propone come medicina rigeneratrice; un disco noir intriso di atmosfere monocromatiche, evoluto da un punto di vista dei suoni e classico nella concezione della sua struttura globale. Dave non si sottrae al suo passato, i cui echi sono presenti nelle note di Burrel of a gun, dichiarando guerra a quel male (la droga?) che ha cercato di eleggerlo a sua sintesi; un brano oscuro, indispensabile all’esorcismo che ha portato la rinascita del gruppo. Il sacrificio è stato offerto, ecco di nuovo la voce soave e le atmosfere ambient di The love thives ed Home a mettere in evidenza quel lato romantico e sognatore della band; arriva It’s no good, e l’alba si affaccia sui volti del trio che finalmente possono tornare a ridere e ironizzare sulle loro capacità persuasive in amore con un brano dalle spiccate venature rock e sonorità dance (grande video!). Due minuti di riflessione strumentale in Uselink, si risentono alcuni suoni anni 80 dei vecchi depeche e poi è Useless a riportare le influenze più rock nel vivo delle tracce; Sister of night è la sintesi di quanto detto finora: è un brano malinconico in cui emergono i segni di una ferita non ancora rimarginata che solo la musica può curare. Dopo il sensuale intermezzo strumentale di Jazz thieves, ci trasferiamo nelle piantagioni di cotone di Freestate dove una chitarra slide lancia uno slogan di libertà; similitudini con gatti, pedoni e farfalle e l’ennesimo riferimento biblico ci conducono sul sentiero dell’amore di The botton line. Insight “chiude” l’album, una rarefazione sonora rappacifica i nostri sensi e ci spinge avanti fin oltre quel limite che nasconde una traccia fantasma, Junior painkiller, che celebra all’interno di un’aurea misteriosa la fine dell’esorcismo.
Tracklist
Barrel of a gun The love thives Home It's no good Uselink Useless Sister of night Jazz thieves Freestate The bottom line Insight (Painkiller Jr.)
Voto: 8,5\10 17 aprile 10 anni fa usciva "THE MORE THINGS CHANGE" dei MACHINE HEADI machine head rappresentano insieme ad altre band come pantera, fear factory, korn e slipknot, quella sfera di artisti che ha tentato di emanciparsi dagli stereotipi del trash metal degli anni ottanta pur attingendovi a piene mani; non c’è più solo l’ostinata ricerca della velocità e del virtuosismo chitarristico, che in questo disco si palesa ad esempio in Struck a nerve o Baby of pigs, semmai ora l’obiettivo è mischiare le carte in tavola, l’obbiettivo è rinnovarsi, attingere da più fonti, ricercare più la qualità del suono che i watt. Quali sono queste fonti alternative? Alcuni punteranno all’hip hop o il rap, altri all’elettronica, nel caso dei Machine head la virata è verso l’hardcore, il black metal; malgrado la qualità innegabile di tutti i componenti della band, la loro scelta sembra meno forte, sembra che solo a tratti vogliano scrivere la storia del rock, rimanendo sempre in bilico tra tradizione e innovazione. È per questo motivo, che secondo il mio modestissimo parere, questo disco, secondo della loro carriera, rimane un incompiuto, che fa trapelare tanta qualità ma che sinceramente non emoziona all’ascolto.
A distanza di dieci anni, si ha la sensazione di sentire un disco vecchio, come se la strada d’innovazione intrapresa dal quartetto americano abbia portato ad un vicolo cieco; è difficile da spiegare, sembra che ciò che una decade fa sembrava essere la novità, oggi sembra più legato agli 80 che al 2000. Ma allora dove dobbiamo andare a parare per salvare questo disco? Se Chaos a.d. dei Sepultura e Aenima dei Tool, rimangono dei vertici inarrivabili, a questa band va dato atto che se probabilmente, stilisticamente sono qualche passo indietro, da un punto di vista della resa sonora siamo a dei livelli di sofisticatezza elevatissimi: la linea basso batteria entra nello stomaco e lo sconquassa, interessanti ed avvincenti alcune ritmiche che si staccano dai canoni trash rullante-cassa, vedi Take my scars o Spine. Il brano di apertura Ten ton hammer invece mette in evidenza i germogli della novità stilistica del cantato: quell’alternanza di strilla e melodia che tanto piace agli amanti del crossover moderno; semaforo rosso invece al chitarrista Logan Mader che con i suoi assoli alla Dave Moustaine è il principale imputato per quella mancanza di freschezza che si nota nell’ascoltare il disco. Il disco è consigliabile a chi ama quelle strutture claustrofobiche, alienanti e tecnologico-meccaniche del metal e considerando gli Iron Maiden troppo epici preferisce gli Slayer.
VOTO : 6.5\10 11 aprile test sul sesciooooo
05 aprile 10 anni fa usciva "dig your own hole" dei CHEMICAL BROTHERSSintesi psichedelica del XX secolo, caposaldo della scena musicale elettronica inglese, tra i primi ad intuire gli sviluppi sintetici della musica rock, ed importare impulsi wave nelle discoteche di tutto il mondo. Nel calderone dei fratelli chimici convergono house, techno, hip hop ed un sfacciato ammiccamento a quei trip allucinogeni dei primi anni settanta che tanto li contraddistingue; molte le collaborazioni, si va dal clarinetto di J. Donahue dei Mercuri rev in The private psychedelic reel, alle atmosfere rockeggianti di Where do i begin con la voce di Beth orton fino alla performance di Noel Gallagher in Setting sun. “Papaveri” indiani influenzano la celeberrima Setting sun, mentre con It doesn’t matter ci caliamo nei meandri più oscuri della techno di matrice americana anticipando di qualche anno la super hit Hey boy hey girl: il rave è iniziato e stranamente è una canzone dal titolo Don’t stop the rock a ricordarcelo. Sentire questo disco ad un volume non sostenuto riduce di un 50% il suo fascino, basato su istintività, tribalismo sonico e istigazione al ballo sfrenato. La sensazione malgrado tutto, è che questi due ragazzi di Manchester non si siano incontrati solo per far ballare milioni di persone, ma il loro progetto sia di più ampio raggio; la ricerca di sonorità mai banali, che comunque facciano riferimento a diverse culture fornisce loro uno spessore che va al di la della scena dance,troppo spesso bollata dai puristi o presunti tali della musica. Sono convinto che artisti del passato come Beatles o Hendrix non esiterebbero a dar luogo a collaborazioni con questi due furbacchioni, non a caso protagonisti a cavallo tra 60 e 70 di viaggi a base di lsd e altre sostanze chimiche allucinogene! Non ci si può congedare da questo disco senza celebrare l’hip hop industriale di Block rockin’ beats, vero cavallo di battaglia di una band che a distanza di 10 anni sa ancora entusiasmare senza cadere in facili cali di tensione. VOTO 7,5\10 27 gennaio tutti su soldatino: vincente!!!il consiglio della settimana:
bologna albinoleffe: over
frosinone modena: 1
mantova rimini: over
vicenza crotone: x2
triestina piacenza: 12
con questa scommessina un po pazzerella giocando 3 euro ne puoi vincere 75
a domani per la scommessina su la serie A. ciaoooooooooooooooooooooo 24 gennaio 10 anni fa usciva "AGHAR PIAR MILEGHA" dei MIRA SPINOSA Gli spunti da cui partire per raccontarvi questo disco sono davvero parecchi, talmente tanti che fatico ad ordinarli! grazie al C.P.I. (consorzio produttori indipendenti), grazie a Gianni Maroccolo (Litfiba, Csi, Marlene kuntz) si torna a dare spazio in Italia a nuove forme di ricerca musicale, a produrre nuovi progetti puntando più sulla qualità del prodotto che sulle sue effettive potenzialità di entrare nelle charts nazionali: ecco come per magia materializzarsi quest |
»Mιкч.ha scritto:
Preview of how the chat group will look on your page: Get universale2Staff chat group | Goto universale2Staff website
1 Lug.
pinco pallinusha scritto:
Egocentrismo. Con queste parole sai che non puoi far altro che aumentare la mia già smisurata auto-magnificenza! Però grazie te ne sono grato. Il bello della vità è che è in continuo movimento, perciò non essere mai nostalgica ma sogna sempre il domani, che certamente sarà ricco di nuove sensazioni. E poi c'è sempre tempo per ascoltare ccomix in azione! ciao cco
31 Ott.
Francescaha scritto:
Umiltà. Caro cco, osservo con orgoglio il tuo blog pensando che sei mio fratello e mi stupisco capendo che la mia cultura musicale è sempre stata la tua ... e si è fermata a dieci anni fa! Mi manca ascoltare le canzoni che mettevi per me e mamma nelle brevi pause dallo studio. In questo momento di nostalgia, la mia tanto agognata casa mi sembra un po' fredda senza i tuoi dischi e il mio dj preferito. Umilmente ti rngrazio per aver arricchito la mia crescita con la tua esperienza musicale. Baci. Fra
30 Ott.
robertaha scritto:
visto ke passavo di qui,ti lascio un salutino sul guestbook
21 Ott.
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